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La Sindone di Torino? "Un falso medievale..."

A dirlo è l’antropologo barese Vittorio Delfino Pesce. Molto partecipata la conferenza "Parliamo della Sindone"

La Sindone di Torino? Un falso medievale. A tali conclusioni è giunto il prof. Vittorio Delfino Pesce, antropologo di fama internazionale e ordinario di Antropologia presso l'Università degli Studi di Bari. Le sue ricerche sulla tela di lino che avrebbe avvolto il corpo di Gesù ebbero inizio nel 1978. In seguito sono state raccolte in un libro dal titolo "E l'uomo creò la Sindone" (Dedalo 2000) in cui lo studioso dimostra come un abile artefice medievale abbia ottenuto l'immagine antropomorfa utilizzando una tela di lino e un bassorilievo riscaldato. Il falsario avrebbe ottenuto l'immagine mediante il calore, in grado di lasciare tracce indelebili su una tela attraverso un meccanismo di ossidazione e disidratazione delle fibre del tessuto. «Ed è – a detta del prof. Delfino - una superficiale ossidazione/disidratazione della cellulosa delle fibre di lino ad aver prodotto l'immagine».

In occasione della conferenza "Parliamo della Sindone", organizzata dal Centro di Studi Normanno-Svevi dell'Università di Bari "Aldo Moro" in collaborazione con il Circolo provinciale di Bari UAAR "Ipazia di Alessandria" e ospitata lo scorso 18 maggio presso l'Aula Magna dell'Ateneo barese, il prof. Pesce Delfino ha argomentato i suoi risultati, spiegandoli ai numerosi presenti: «Tutto ciò che riguarda la Sindone non ha nulla di scientifico, perché si limita semplicemente all'individuazione di un artifizio tecnico. All'antico falsario va la mia simpatia, è un soggetto davvero interessante».

L'antropologo sottolinea che «la traccia lasciata sul sudario, a livello di proporzioni e fattezze, non corrisponde ad un volto e ad un corpo umano, dal momento che un corpo ed un volto umano lascerebbero una traccia totalmente diversa, distorta, gonfia». E adduce, come esempio, la maschera funebre di Agamennone in lamina d'oro, materiale facilmente malleabile se appoggiato su un volto.

«Una vicenda banale, una bella intuizione, un'immagine diabolica offerta al potere politico culturale ed economico, un'enorme distesa di bancarelle dove si vendono figurine e gadgets», continua il prof. Delfino, che oppone l'autorevolezza dello storico Georges Duby «a quanti, sostenitori della "autenticità" della Sindone, hanno, in modo sommario, affermato non esserci spazi e riferimenti stilistici e iconografici per il tipo morfologico rappresentato sulla Sindone nell'arte e nella cultura medievali».

Sulla tela di lino ci sarebbero, a detta dell'antropologo, lacerazioni e segni di esposizioni al fuoco o comunque a temperature molto elevate, tanto da aver provocato veri e propri fenomeni di carbonizzazione. In corrispondenza degli arti e del tronco, inoltre, «sono visibili segni lineari o tondeggianti riferiti a "lesioni da fustigazione" con un attrezzo – frusta a più corregge con legni, palline o ossi annodati – che, secondo i sostenitori dell'autenticità, sarebbe stato tipico dei tempi di Cristo e non noto nel Medioevo. Ciò non è vero».

Nel suo libro, l'antropologo indica anche la datazione della Sindone, fornita dal metodo con il carbonio radioattivo. Tale tecnica è stata applicata a frammenti del telo torinese nel 1998 ed il risultato ha indicato un'età non superiore a 700 anni, nel Medioevo appunto.

«La prestigiosa reliquia di Torino può benissimo essere un falso e ciò spiegherebbe molte cose, ma impedirebbe la spiegazione di tante altre», scrive lo storico Franco Cardini, presente al convegno in qualità di relatore. Cardini sottolinea la «natura ancora misteriosa delle "macchie" presenti sul tessuto, non si tratta né di pigmentazione, né di bruciature, com'è stato più volte proposto o ipotizzato».

«Sotto il profilo storico – continua Cardini – se si tratta di una falsificazione il suo caso è di gran lunga più interessante. In effetti l'aspetto del tessuto e soprattutto i pollini in esso riscontrati, che rinviano all'area mediterraneo-orientale e a un paio di millenni fa, danno da pensare che gli eventuali falsificatori - e si sono naturalmente chiamati in causa i soliti templari – avrebbero dovuto essere degli autentici geni e possedere – fra Due/Trecento, età della supposta falsificazione – tecniche assolutamente avveniristiche. Il che, fuor di paradossi e di polemiche, appare impossibile».
Il prof. Vittorio Delfino Pesce ha guidato anche l'équipe che si è occupata dell'Uomo di Altamura conducendo numerosi studi sulla questione.
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