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Lettera a Léontine, un intero capitolo dedicato ad Altamura

Nel romanzo di Raffaello Mastrolonardo il profumo della Murgia

Lettera a Léontine. Parole scritte quando il tempo per dirle non c'è più. Quando gli ostacoli dell'esistenza vanno contro ogni libertà di amare. Quando vorresti e non puoi. Perché gli impegni presi con la vita dicono "no". Ti lasci andare e poi ritorni indietro. Quel "no" urlato lacera il cuore silenziosamente. Allora interviene la scrittura a liberare l'anima. Ad incoraggiare la confessione "senza veli" di un sentimento raro. Forte. Intenso.

Il romanzo di Raffaello Mastrolonardo (prima edizione, Besa Editrice 2008; prima edizione Narrativa Tea maggio 2010) è racconto non di una Vita, ma di un Amore. Che con forza restituisce alla Vita stessa. Persino in punto di morte. È lo scorrere fluido, sulla tela sfumata dei ricordi, di una relazione "proibita" fra un medico sposato, con una figlia ormai adolescente, e una donna libera. Sullo sfondo, quindi, un tradimento. Sofferto, ma "necessario" a Piergiorgio per ritrovare se stesso, per riconoscere quella parte incompleta e profondamente vuota del suo essere. Per dare un senso agli ultimi istanti dell'esistenza. Léontine è un "reagente" che la scrittura concretizza. È il sogno che "ha smarrito" Piergiorgio nel "labirinto del cuore".

Lettera a Léontine. Ultime parole, riscatto di un sentimento che non può dirsi completamente. Scrivere quando l'anima trabocca. Trasformare la prosa in poesia e la poesia in prosa. Una storia che strappa dalla quotidianità per portare il lettore in un altro mondo. Così reale. Così vero.

La prima volta che vidi Léontine fu nel maggio di sette anni fa, al Circolo della Vela, una notte calda e profumata che anticipava l'estate, come solo da noi ve ne sono.

È l'inizio del libro. E di una storia che infrange le regole. Che sa di giovinezza. Lui. Una vita abitudinaria, "drogata" di lavoro. Successo. Matrimonio apparentemente felice. Stanchezza e irrequietezza insieme. Passione ormai spenta. Poesie segrete e tristi.

"Sbucò all'improvviso", lei. Rimane. Va via. Torna. Rimane. Va via. Torna perché "mi sei mancato", dirà a Piergiorgio. Una donna "così piena di entusiasmo anche per le piccole cose. Sapeva dosare i piaceri della giornata e vivere". Complice. A tratti misteriosa. Affascinante. "Una che sa sorprenderti, che sa meravigliarti, che sa cosa è importante per te".

"Era bello avere di nuovo accanto una donna che si preoccupa per me". Piergiorgio rivolge a Léontine il suo costante pensiero. "Cosa voleva da me qualla donna? E cosa volevo io da lei?". Un amore a cui i due protagonisti non hanno dato il tempo di "consumarsi". Una "felicità a portata di mano" che irrimediabilmente sfugge senza che le si possa chiedere il bis. "Fu lei a mettere fine alla nostra storia. Da solo non ci sarei riuscito". Ciò che colpisce del romanzo di Mastrolonardo è l'intensità delle emozioni vissute e trasmesse. Il lettore percepisce sulla propria pelle, pagina dopo pagina, gli stati d'animo dei personaggi. Non può fare a meno di immergersi in quegli angoli di memoria incapaci di contenere l'immensità di un sentimento che vivrà anche oltre la vita. In questo libro.

Non mancano descrizioni dettagliate dei luoghi nei quali è ambientata la storia. Bari, "una città piccola, divisa in strati omogenei ancora più piccoli", dove "i luoghi di ritrovo sono sempre gli stessi: via Sparano il sabato mattina, le serate al Circolo della Vela o al Tennis, i pochi cinema superstiti la domenica, il Rotary, i soliti ristoranti affollati". Bari dei pescatori e del pesce crudo. Del Petruzzelli andato in fumo. Del Policlinico.

Il Bar Mimmo a Polignano a Mare. Barletta e l'inaugurazione della Pinacoteca De Nittis. Altamura, città a cui è dedicato un intero capitolo (leggi nel box di approfondimento). Porta Bari. Corso Federico II di Svevia. San Nicola dei Greci, "forse la più bella chiesa di Altamura, chiusa come sempre". La Cattedrale, "un capolavoro del romanico, uno dei tanti gioielli distrattamente seminati da Federico". E l'ottocentesca conversione di San Paolo del Morelli. Il ritorno ad Altamura, sebbene solo per qualche ora, rappresenta per Piergiorgio una "felice deviazione nel passato".

Castel del Monte, protettivo e familiare, una sorta di rifugio. Gallipoli e la villa-sinagoga della comunità ebraica che migrava verso la terra promessa. La Vedetta sul Mediterraneo di Giovinazzo.

Dedicato a Lea, che per me non è stato nulla, ma avrebbe potuto essere tutto… Piergiorgio.

A un uomo che pensavo mi avrebbe aspettato per sempre. Léontine.

Dal capitolo dedicato ad Altamura

Parcheggiai la macchina a Porta Bari e m'incamminai lungo il corso. Mancavo da Altamura da vent'anni, da quando se n'era andata anche nonna Maria e nulla mi legava più ai luoghi dell'infanzia. Meglio lasciarli dov'erano, i ricordi. Sull'hard disk bisogno aggiornare periodicamente file, programmi e antivirus. Sul cuore no, il cuore bisogna lasciarlo in pace. Superai San Nicola dei Greci, forse la più bella chiesa di Altamura, chiusa come sempre. Pochi metri e arrivai alla Cattedrale: un capolavoro del romanico, uno dei tanti gioielli distrattamente seminati da Federico. Troppo imponente per un funerale (p. 155).

Risalii in macchina e presi la strada del ritorno. Però no, non volevo che l'incantesimo finisse così, avevo qualcos'altro da fare. Pochi chilometri fuori Altamura imboccai un tratturo sterrato. Lo percorsi fino in fondo, l'auto sobbalzava. Il cancello era ovviamente chiuso. Mi arrampicai sul muretto asecco e saltai. vent'anni, forse di più, che non attraversavo l'aia di quella masseria. Era l'azienda agricola del nonno, il nostro paradiso. Era abbandonata. Solo il corpo centrale era stato in qualche maniera consolidato per evitare che crollasse. Sulla facciata s'intravedevano ancorale scritte di un tempo. Centro aziendale Curtaniello - Podere n. 3. E più in basso: Atimetria 420 mt. Orgoglio e meticolosità di un uomo che non aveva conosciuto altro che il lavoro (pp. 161-162).

Tornai fuori, feci ancora un giro e sentii penetrante nelle narici il profumo della Murgia. Mentuccia, finocchio, timo selvatico, nepetella, erba umida si mescolavano e riempivano l'aria di un aroma inconfondibile, solo lì, solo a primavera (p. 162).
  • Raffaello Mastrolonardo
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