NUTRI_MENTI

Obesità e depressione

Quali i legami tra le due patologie?

Sembra esistere un legame sottile tra obesità e depressione, una sorta di relazione biunivoca che spinge i soggetti obesi a diventare maggiormente depressi e viceversa. Vediamo intanto di definire i due termini: obesità e depressione.

L'obesità è una condizione medica caratterizzata dalla presenza di grasso corporeo in eccesso, tale da procurare effetti negativi sulla salute. La classificazione in base al peso viene fatta utilizzando l'indice di massa corporea (IMC), un valore che mette a confronto peso e altezza. La formula per il suo calcolo è la seguente:
Peso (in kg)/quadrato dell'altezza (in metri).

Ci si trova in una condizione di sovrappeso quando l'indice di massa corporea è compreso tra 25 e 30 kg/m2 e di obesità quando è maggiore di 30 kg/m2. Esistono naturalmente delle differenze legate al sesso, all'età, allo stile di vita. L'obesità è un problema cronico complesso in cui è riconosciuta una base genetica accanto ad un'insieme di altri fattori che hanno influenza sulla sua causa e sul trattamento. Tra questi, i fattori psicologici sembrano svolgere un ruolo importante.
Quando si parla di depressione non ci si riferisce ad uno stato d'animo passeggero ma ad una condizione ben precisa che rientra nella sfera dei disturbi del tono dell'umore. Il tono dell'umore è una funzione psichica importante nell'adattamento al nostro mondo interno e a quello esterno. Ha una caratteristica si flessibilità: flette verso l'alto quando viviamo situazioni positive e favorevoli, flette invece verso il basso quando ci troviamo in situazioni negative e spiacevoli. Si parla di depressione quando il tono dell'umore perde il suo carattere di flessibilità, si fissa verso il basso e non è più influenzabile da situazioni esterne favorevoli. Tra i sintomi che caratterizzano la depressione (disturbi del sonno, modificazioni del desiderio, apatia, rallentamento, autosvalutazione, ecc.) ritroviamo anche una condizione di scarso appetito e perdita di peso o, al contrario, un incremento dell'appetito e del peso corporeo, con conseguenti carenze e squilibri nutrizionali. L'eziologia è ancora sconosciuta ma molte sono le teorie, sviluppatesi negli anni, che tentano di dare una spiegazione all'insorgere dei disturbi depressivi. La cosiddetta teoria monoaminergica individua una anomalia della trasmissione di due neurotrasmettitori all'origine del disturbo: serotonina e noradrenalina.
In che modo sono legati i due disturbi, obesità e depressione?

Diverse sono le teorie che tentano di spiegarlo.In primo luogo, l'obesità è considerata una condizione di infiammazione e l'infiammazione è strettamente associata a un maggior rischio di depressione. Secondo alcuni ricercatori, consumare cibi crudi e sani potrebbe diminuire il rischio di infiammazione dell'organismo e ciò potrebbe essere legato a una minore insorgenza di disturbi della mente come l'ansia e la depressione, oltre che a una miglior condizione di salute dell'intero sistema cardiovascolare e del cuore. Studi condotti in passato hanno dimostrato che chi segue una dieta meno salutare ricca di cibi lavorati e ad alto contenuto di grassi va incontro al 60% di rischio di depressione in più rispetto a coloro che seguono una dieta più sana. Le persone che seguono la dieta mediterranea – ricca di verdura, frutta, frutta secca, frumento integrale e pesce – sembrano meno esposte alla depressione. Alcuni ricercatori sottolineano una constatazione fondamentale: la prevalenza dei disordini mentali è più bassa nei Paesi dell'area mediterranea rispetto a quelli del Nord Europa. Una possibile spiegazione è che la dieta seguita possa rappresentare un fattore di protezione, in particolare la presenza degli acidi grassi monoinsaturi nell'olio di oliva, usato abbondantemente nella dieta mediterranea. Lo specifico meccanismo con cui la dieta mediterranea potrebbe aiutare a prevenire la depressione rimane poco conosciuto, come gli stessi ricercatori hanno osservato. Una prima ipotesi è che alcuni componenti della dieta possano migliorare la funzionalità dei vasi sanguigni, combattere gli stati infiammatori, ridurre il rischio di patologie cardiovascolari e il danno ossidativo delle cellule. Tutti questi fattori insieme potrebbero concorrere a diminuire il rischio di depressione. È plausibile che la combinazione sinergica di un sufficiente apporto di acidi grassi omega-3 insieme con altri acidi grassi insaturi e antiossidanti contenuti nell'olio di oliva e nella frutta secca, i flavonoidi e altri fitocomposti, uniti alla grande quantità di folati e altre vitamine del gruppo B presenti nella dieta mediterranea possano garantire un buon grado di protezione contro la depressione.

Oltre al ruolo dei nutrienti, importanti fattori psicologici individuali devono essere presi in considerazione per comprendere lo stretto legame tra obesità e depressione. Già nelle precedenti puntate di questa rubrica abbiamo avuto modo di trattare il tema della reciproca influenza esistente tra cibo ed emozioni: sperimentiamo spesso confusione tra sensazioni diverse (stanchezza, malessere, tristezza) che plachiamo con il cibo fino ad ottenere uno stato di soddisfazione e benessere. Il fatto che cibo venga associato a sensazioni di sicurezza e piacere può aprire la strada ad un rischioso circolo vizioso. Nelle persone obese mangiare può compensare un'affettività repressa, sostituire un'aggressività che non può essere espressa, consolare le delusioni, placare angosce. Inoltre, essendo l'ideale di bellezza prevalente rappresentato dall'essere magri, i soggetti obesi possono sperimentare un maggior grado di insoddisfazione e una minore autostima risultando così più inclini alla depressione.

Considerata la stretta associazione tra le due patologie, sarebbe importante monitorare con attenzione l'andamento del peso corporeo nei soggetti depressi e lo stato dell'umore nei soggetti obesi o sovrappeso, in modo da adottare misure preventive ed evitare l'insorgere del potenziale circolo vizioso. Programmi combinati mirati al raggiungimento sia del benessere fisico sia di quello psicologico, possono risultare sicuramente più efficaci su entrambi i fronti.

Dott.ssa Rosa Tafuni
Psicologa, specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia
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