NUTRI_MENTI

La trappola psicologica delle diete drastiche

Sottoporsi a regimi alimentari restrittivi senza riuscire a perdere peso. Perché?

Quello della dieta è un tema che ricorre con crescente frequenza nei pensieri e nelle conversazioni di molti. Chi non ha avuto modo di ascoltare certe minuziose descrizioni di regimi alimentari più o meno drastici, talvolta tanto complicati da sfiorare la stravaganza? Le diete sono di solito oggetto di esibizione e di emulazione, talvolta di invidia, spesso di delusione. L'attrattiva che esse esercitano, come si sa, è associata all'aspettativa di poter acquisire, con il dimagrimento, un aspetto più gradevole, in linea con gli attuali standard di desiderabilità proposti dai media, dove la figura, soprattutto quella femminile, appare esile, agile, longilinea. La realtà che emerge dal lavoro clinico e dalla ricerca epidemiologica è però molto dissonante rispetto all'aspettativa di perdere peso con le diete. Per capire questo controsenso bisogna usare una prospettiva di riflessione un po' più ampia di quella legata in maniera esclusiva al bilancio energetico e al conteggio delle calorie.

La dieta drastica, perseguita con l'intento di perdere peso nel più breve tempo possibile, sembra predisporre all'aumento ponderale a lungo termine. Raggiunto l'obiettivo e la forma fisica desiderati, la dieta infatti viene abbandonata in favore di vecchie e consolidate abitudini alimentari e nella grande maggioranza dei casi il soggetto riacquista gradualmente tutto il peso perduto guadagnandone persino una quota supplementare. Effetto indesiderato, questo, che può essere messo in rapporto proprio con l'efficacia a breve termine della dieta. La spiegazione è da cercarsi sia sul piano metabolico che su quello psicologico e comportamentale.

Sul piano fisiologico, la relativa deprivazione nutrizionale cui l'organismo è sottoposto durante la dieta ri-orienta il metabolismo verso il risparmio energetico e l'assimilazione più efficiente degli alimenti. Ciò spiega, ad esempio, perché la perdita di peso sia sempre più lenta man mano che la dieta procede. E' come se il sistema, per fronteggiare lo stato carenziale, adottasse automatiche contromisure aumentando la tendenza a conservare le riserve caloriche e mettendosi, per così dire, "a risparmio". Sul piano psicologico gli effetti tipici delle diete "fast" sono ancora più evidenti. Le restrizioni nutrizionali, o le rinunce a cibi preferiti a cui ci si sottopone spesso senza un adeguato supporto professionale, sono vissute all'inizio con grandi slanci di entusiasmo perché in qualche caso equipararte emotivamente ad una sorta di "espiazione" delle colpe della gola o ad una "purificazione" necessaria.

Tuttavia esse risultano sempre meno accettabili col passare del tempo, sia perché sempre meno efficaci, sia perché inizia a prevalere l'impulso alla trasgressione delle regole. Sembra iniziare nel soggetto un dialogo interno caratterizzato da affermazioni quali "Mi sono sacrificato abbastanza", "Non ho sufficiente forza di carattere" "Sono troppo goloso, è inutile", che lo indurranno alla fine ad interrompere la dieta. A questo punto le abitudini tipiche, mai modificate, riprendono il sopravvento e gli eventuali eccessi si manifestano con maggiore intensità perché svolgono una funzione compensativa delle precedenti restrizioni. Quanto più severa e drastica è la restrizione, tanto più forte sarà il vissuto di frustrazione e più probabili saranno gli eccessi. La rappresentazione mentale della dieta è assimilata a quella di un sacrificio immane limitato nel tempo, cui sottoporsi fintantoché il difetto del soprappeso, presunto o reale che sia, non sia stato corretto. Un sacrificio quale prezzo da pagare per soddisfare nell'immediatezza un desiderio di magrezza: questo sembra essere il modello concettuale più diffuso che tuttavia apre spesso la strada a delusioni ed insuccessi, oltre che a disfunzioni organiche.

E' evidente infatti come, una simile rappresentazione non incoraggi certo ad esaminare gli errori nelle proprie abitudini alimentari nonché le loro cause comprese quelle psicologiche. Recenti studi evidenziano come più efficaci a lungo termine programmi alimentari individualizzati, elaborati con l'aiuto di esperti, in grado di restituire un ruolo attivo al soggetto nel riconoscere e modificare il proprio comportamento alimentare. A lungo andare l'attribuzione esterna del successo del calo del peso (la dieta miracolosa) e quella interna dei fallimenti (la mancanza di volontà o di carattere) non potranno che rinforzare un'immagine di sé negativa e votata all'insuccesso e porsi all'origine di pericolosi circoli viziosi.

Dott.ssa Rosa Tafuni
Psicologa
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia.
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