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ABACO

Nuovi archetipi

Dallo spazio alla dimensione

Esperimenti architettonici. Di per sé, già il nome di questo progetto, frutto dell'intraprendente audacia di un gruppo di giovani neoarchitetti altamurani, mi intriga, mi affascina. Non sono archistar, non ambiscono a diventarlo; lo si capisce guardandoli; se ne ha conferma parlandogli. Hanno un cuore pieno di sangue, e quel cuore attinge il suo sangue da una passione: l'architettura.

Architettura intesa non come risultato, e per questo statica nella sua derivazione finale; architettura intesa come ricerca, e pertanto dinamica, in trasformazione, in pieno ed edificante confronto con tutto quello da cui giunge: stratificazioni di pensieri addensatisi per secoli interi. Da quando l'uomo ha recepito, o, più spesso, solo intuito, il valore dell'estetica. Di quella naturale: l'unica che possiede endemicamente i geni della perfezione. Da qui la ricerca, ossia l'esperimento: quale contributo può dare l'architettura, sia pure in un approccio di tipo emulativo, alla Bellezza che risiede nell'ordine naturale e ordinato delle cose che ci circondano? La risposta, verrebbe voglia di dirlo, dovrebbe essere affidata al buon senso: ossia; l'architettura ha una responsabilità morale. Aggiungerei: tra tutte le forme d'Arte essa è quella su cui incombe la più grande delle responsabilità morali. Sarà perché si potrebbe facilmente sostituire architettura con "intervento", e la sovrapposizione non apparirebbe improponibile e ardita.

Se provassimo ad immaginare il mondo, nella sua forma primigenia, incontaminata, vergine, esso si manifesterebbe ai nostri occhi come una costruzione perfetta, all'interno della quale ogni elemento, come in un sistema olistico, contribuisce al corretto funzionamento dell'altro, e tutti insieme rendono possibile il corretto funzionamento del sistema nella sua interezza. Considerando vero questo assioma, e francamente non vedo come lo si possa confutare, qualsiasi foresta sarebbe un mirabile esempio di architettura; il mare, altresì; e un sistema montuoso, anche. Eppure, ciascuna di queste forme di architettura perfetta può essere compromessa dal dissennato intervento dell'uomo.

Esiste dunque uno spazio, e quello spazio preesiste all'uomo, il quale dovrebbe approcciarsi ad esso con circospezione, con cautela, con pudore. Non si tratta di uno spazio da riempire, poiché quello spazio reca già in sé un principio di completezza, derivando esso dalla perfezione che è nelle cose. L'uomo, che per definizione è imperfetto, dovrebbe,pertanto, assumere, nell'interazione con lo spazio, un atteggiamento quasi ieratico. E l'uomo architetto, cui convenzionalmente viene affidato il compito di studiare in quale misura lo spazio può essere integrato, non può non considerare che, approcciandosi ad un archetipo di Bellezza, deve tenere presente, nella formulazione del suo pensiero, della sua filosofia, il medesimo canone estetico. È evidente, quindi, che l'architettura non può ridursi banalmente ad un pieno nel quale deve necessariamente incapsularsi un altro pieno. L'architettura non deve apparire come qualcosa di indispensabile, di scisso dalla leggi della natura, e obbediente solo a quelle meschine di mercato. L'architettura deve svolgere una funzione di salvaguardia di quella naturale perfezione e Bellezza con cui è chiamata ad interagire. Da qui la sua responsabilità morale.

In quest'ottica, essa potrebbe finalmentecreare non un altro "spazio", ma una "dimensione", intesa come equilibrio tra la componente esterna, che è l'humus nel quale essa interviene, e quella interna, che è l'humus che tende a ricreare, emulando la Bellezza che esiste già nelle cose. Solo così l'architettura riuscirebbe nel duplice risultato di salvaguardare un valore e di crearne un altro. Nel caso contrario, sarebbe una semplice, sterile e bieca autocelebrazione speculativa.


Bartolomeo Smaldone

Immagine: Casa dei Valdesi, Riesi – Arch. Leonardo Ricci
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    A cura del "Gruppo Esperimenti Architettonici"

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