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Architettura è paesaggio

L'emozione di chi osserva

Lo sguardo si perde nell'infinita profondità dell'orizzonte. Il vento è dolce, dolce e il cielo dolcissimo. Alienato da quarant'anni di vita sul mare a caccia delle balene il capitano Achab descrive così il paesaggio che lo circonda esprimendo il suo stato d'animo. Richiamando alla memoria i primi giorni di navigazione, riflette dinanzi alle prepotenti forze naturali. Un profondo legame intercorre tra l'emozione di chi osserva e tutto il mondo al di fuori di esso al punto da lasciar scrivere ad Amiel che qualsiasi stato d'animo è un paesaggio. Categoria che afferisce alla sfera della percezione e intesa quale peculiarità tutta umana di riconoscere affinità elettive, identità, bellezza tra i luoghi del proprio vivere.

Come ogni aspetto umano più alto si carica di esprimere anche e soprattutto i fondamenti culturali della società superando l'identificazione con il naturale in una visione sinottica con l'antropico. L'uomo non è altro rispetto alla natura, fa parte di essa e le sue attività che impongono trasformazioni al territorio concorrono proprio attraverso la percezione emotiva all'identificazione del paesaggio.
Una storia che nasce al principio della civiltà occidentale quando nell'attica di Pericle gli ateniesi decidono di erigere il nuovo tempio alla vergine Atena. Laddove per le stoà passeggiava Pitagora elaborando la felice visione di bellezza quale espressione dell'ordine numerico, quindi misurato, attraverso cui le leggi del mondo naturale si disvelavano all'umana specie, Callicrate disegna un'architettura aurea, conclusa, capace di imporsi sul brullo altopiano mediterraneo dell'acropoli.

L'uomo afferma la sua presenza affidando alla stereometrica perfezione delle geometrie scolpite nella pietra il suo messaggio di civiltà esorcizzando le paure dovute al caos, all'imponderabile, alla violenza. Pur nella continuità dello sforzo teso al dominio del naturale – cui le tracce della fondazione di Mileto ne sono testimonianza – unitamente alla tensione verso la proporzione e le geometriche certezze quale canone di verità, quindi buona, quindi giusta – triade fortunata che per due millenni condizionerà il pensiero occidentale – i romani, sicuri delle possibilità nuove di un sapere tecnologico avanzato che permette loro di fondare l'impero più esteso dell'età antica, elaborano un concetto di paesaggio in cui il dialogo con il naturale tende all'armonia ricercata nell'invenzione dell'impluvio che lascia entrare il naturale nell'architettura.

Il processo di consapevolezza nei confronti della propria architettura culmina nella costruzione di Villa Adriana. Il graeculus – così soprannominato per la formazione in tenera età – sperimentato il concetto di limite sul campo da battaglia al punto da porre il freno all'espansione imperiale, proprio nel limen erige il complesso della villa di cui è eponimo. Una apparente assenza di gerarchia in cui le masse – costantemente smaterializzate dal colonnato e dalle vasche d'acqua – si dislocano lungo un apparato assiale che piega il vettore alla morfologia del luogo nel tentativo di dare continuità allo spazio che infrange il suo idillio con l'architettura solo contro il muro, confine tra natura antropica e natura selvaggia nel ricordo del solco che il fondatore allattato dalla lupa scavò quale atto di discrimine tra ordine e caos.

Questo dialogo, questa confronto continuo con il naturale in grado di generare bellezza, oggi viene a mancare drasticamente provocando la crisi attuale del paesaggio occidentale che nulla sembra aver preservato degli ampi respiri del pensiero antico. La separazione tra uomo e natura affonda le sue radici nell'istante in cui il Sapiens comprese, grazie alla codifica delle leggi prospettiche dell'Alberti, come rappresentare la sua opera di creazione.

Con esse arte e architettura cessano di avere quale paradigma di perfezione il naturale. Il disegno non è più votato alla sola conduzione della costruzione e Palladio per primo ne sperimenta le potenzialità di rappresentazione del progetto e le sue implicazioni nel processo creativo. La chiesa del Redentore quale diagramma delle possibilità reali di declinazione del vocabolario di elementi mutuati dalla classicità è l'esempio di manufatto pensato per la scena della strada urbana.
Il paesaggio della città acquisisce lo status di assoluto al punto che nella pittura Canaletto immaginerà una Venezia tutta Palladiana. Paradigma in grado di condizionare e reinventare anche il paesaggio rurale. Nella Villa ribattezzata Rotonda, in cui alla conclusa unità del Partenone si oppone una costruzione priva di gerarchia nei suoi fronti sul mondo, ribalta il punto di vista verso l'esterno in un dialogo tra pari architettura-natura.

Se il Partenone irradia la sua presenza nel territorio la villa cerca nel luogo i fondamenti della sua esistenza. Così che paesaggio, arte e architettura intraprendono un cammino che vedrà nel movimento moderno un rinnovato accendersi della dicotomia antropico naturale causata dal malsano proliferare dei sobborghi operai durante la rivoluzione industriale. Decaduto il naturale, negato il classico, la macchina indurrà Le Corbusier a sognare il disporsi ordinato ed efficiente di grattacieli sollevati dal suolo nella iconoclasta Ville Contemporaine dove la presunta volontà di ristabilire la presenza della natura nel sedime lasciato libero dalle torri sarà in realtà un nuovo atto di hubrys che culmina nella reminiscenza dell'atteggiamento attico nei progetti delle machine a habiter.
Il paesaggio così è il risultato di un effetto domino in cui piante libere si elevano su pilotis mentre la facciata annuncia al mondo la trasparenza del nuovo ordine sfidando la logica del sostegno murario con lo squarcio della fenetre en logueur mentre ciò che è stato tolto al suolo vergine viene elevato all'altezza del tetto.

Erede di questo lungo percorso, la diaspora postmoderna vedrà il campione della verità – identificata nella logica del diagramma di radice strutturalista - Eisenmann astrarre la disciplina sino a fare dello spazio un intellegibile intellettuale in cui la virtualità è la nuova frontiera dell'architettura e di riflesso del paesaggio.
La serie delle House sono il tentativo di strutturare un metodo in grado di alienare qualsiasi riferimento formale al passato o al naturale che culmina nel progetto di casa Guardiola in cui l'atto fondativo è il processo stesso del metodo progettuale. Questa esperienza lontana dal richiamo della persistenza di Rogers – dove se non nella millenaria Italia – vince la sua sfida nell'odierno ripetersi manierista di quello star system che non si interroga del paesaggio – e quindi del dialogo tra naturale e antropico – ma pretende di costruirlo tout-court attraverso una sterile e ipertrofica produzione del segno.

Viviamo l'epoca della crisi vissuta alla morte dei maestri del novecento quando l'architettura lasciava spazio all'urbanistica dello zoning che nulla aveva a in comune con la sfera emotiva e culturale del paesaggio e al contempo una disciplina immobile sulle questioni interne non più in grado di rispondere alle contemporanee esigenze di ecologia e socialità quando non di visione del futuro che all'inizio dell'epoca della macchina gli architetti furono in grado di elaborare.
La questione del paesaggio oggi è soprattutto questione del paesaggio urbano e suburbano, in Italia più che altrove. Le realtà del nord Europa muovono i primi passi verso soluzioni propositive e non più conservative come nel bel paese, vi è il coraggio di abbattere l'obsoleto per far posto al nuovo in un atteggiamento intelligente di rinnovamento.

Forse, però, aggiungendo l'utopia che fu alla base del secolo breve, potremmo smuovere la disciplina dalla sonnolenza in cui è rinchiusa, evitando di affidare alla tecnica il ruolo di deus ex-machina e affrontare con gli strumenti del pensiero architettonico la sfida del futuro.

La riscoperta del metodo quale sentiero di ordine nel caos delle molteplici questioni del progettare contemporaneo l'unica strada possibile in grado di condurci fuori dalle sabbie mobili in cui lentamente ma inesorabilmente affondiamo, affinché si possa tornare ad immaginare paesaggi futuri.

Testo di: Stefano Buonavoglia
Didascalia immagine: Cimitero San Cataldo_Modena | foto di Stefano Buonavoglia
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    A cura del "Gruppo Esperimenti Architettonici"

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