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Abitare Mediterraneo 2

Variazioni sul tema

Abitare
Alle origini della parola abitare sono racchiuse tutte le questioni e le naturali implicazioni con cui l'umanità si confronta da millenni. Habeo, possedere, indica chiaramente che è impossibile abitare un luogo se non lo si possiede. Il possesso non è esercitato semplicemente dalla presenza fisica che ne attesti la proprietà bensì dal modo in cui possediamo un dato luogo e dai significati altri che scaturiscono dal vivere in quel luogo da noi posseduto.

Questa consapevolezza nasce dalla critica che Heidegger compie nel suo saggio "L'arte e lo spazio" alla sua stessa teoria dell'essere. In "Essere e tempo", testo fondamentale del 1927 in cui struttura la sua dottrina esistenzialista, il filosofo tedesco descrive la condizione temporale come ontologia dell'essere umano tramite la riflessione sulla finitudine della vita.

Nel secondo periodo, pubblicando nel 1969 il suo saggio autocritico, afferma che a determinare l'essenza dell'esistere dell'essere umano è il modo d'occupare lo spazio. Vivere all'interno di una comunità, prendere possesso di un proprio spazio, condividerne altri con la collettività, relazionarsi, muoversi. Sono tutte azioni che determinano il modo di abitare il proprio luogo.

L'abitare è così l'atto discriminante di autodeterminazione degli esseri umani.


Abitare nel mediterraneo
Nelle civiltà mediterranee è molto semplice ritrovare tratti comuni nella costruzione della casa e nelle relazioni che gli abitanti stabiliscono con i loro vicini. Tratto distintivo dell'abitare è l'introversione rispetto alla sfera pubblica e la condivisione tra gli abitanti degli spazi collettivi del nucleo abitativo. Il compatto tessuto urbano che scaturisce dall'edificazione delle abitazioni, in profondità rispetto alla strada, mostra la comune abitudine ad organizzare le case attorno ad un cortile: nessuno può entrare con disinvoltura se non invitato.

Passeggiando per i centri storici presenti in Puglia è naturale imbattersi nella tipologia del claustro. Impossibile non rendersi conto che si sta varcando una soglia, anche se urbana, che ci introduce all'interno di uno spazio che non può definirsi pubblico, ma che non ha i necessari ostacoli per definirsi privato. Un luogo ibrido, carico di familiarità per chi vi abita cui è demandato il compito di incutere rispetto per gli estranei che ne hanno varcato la soglia.
I nuclei familiari vivendo all'interno dei claustri stabiliscono delle strette relazioni tra di loro e vivono lo spazio comune condividendone la quotidianità. Formano una micro-società all'interno della comunità che cura e gestisce il proprio spazio.

Il claustro è un luogo di accoglienza e di dialogo, all'interno del quale si svolge il gioco dei bambini, le relazioni tra gli adulti e la reciproca compagnia dei vecchi. Le case, essenziali, esprimono la semplicità del vivere quotidiano. Un netto contrasto tra la vita sociale e quella individuale, il cui ritmo è scandito dai luoghi che lo scorrere del giorno impone. Le città che ne scaturiscono sono dense, ma vivibili, essenziali ma funzionali, povere ma belle, non lasciano che la sensazione di un clima ideale, a misura d'uomo.


Abitare contemporaneo
Recuperare la consapevolezza delle proprie radici non deve essere un'operazione fine a se stessa. Deve servire, invece, a guidare l'analisi della società contemporanea e a dare risposte alla crisi dell'abitare. Rispetto al passato la nostra società ha vissuto due epocali rivoluzioni che ne hanno condizionato in maniera irreversibile il modo di vivere: quella industriale e quella virtuale. Se della prima sono già stati metabolizzati gli effetti, ma non le conseguenze sulle nostre città, con cui tutt'ora dobbiamo fare i conti, della seconda occorre capire come quell'unica megalopoli mondiale chiamata internet, senza la quale oggi saremmo irrimediabilmente persi, ha cambiato le nostre vite. Il cyberspazio è la prima frontiera in cui l'uomo sta sperimentando l'annullamento spazio-temporale che giorno dopo giorno cerca di realizzare fisicamente nei ritmi vertiginosi della vita quotidiana.

Questa esasperata esigenza di velocità ha avuto ripercussioni anche nel tessuto urbano delle nostre città. L'esigenza di edificare rapidamente sacrificando a volte il naturale processo di pianificazione e progettazione degli interventi ha dato forma ad interi quartieri che nascono dal nulla e si impongono senza la necessaria stratificazione. L'abitare e le sue possibili relazioni sociali all'interno dei nuclei urbani storici, e nel nostro caso dei claustri, sono state messe da parte dai grandi palazzi dove, ammettiamolo, è difficile persino avere un dialogo con il nostro vicino di pianerottolo. Con questo non vogliamo affermare una romantica idea di ritorno al passato, cosa per altro impossibile, ma denunciare la disattenzione con cui si costruisce rispetto a queste tematiche. E' da un modello sbagliato di sviluppo e di città che nasce la crisi dell'abitare, crisi che si amplifica se si getta uno sguardo sinottico sui centri urbani. Non solo le relazioni tra gli individui sono peggiorate, ma l'alienazione dagli altri ha distorto persino la considerazione che un tempo avevamo della res publica.

Forse è necessaria una rieducazione civica al senso di appartenenza ai nostri luoghi per recuperare coscienza che tutto ci appartiene e che il nostro benessere non può prescindere dal prendersi cura di ciò che è di tutti.


Stefano Buonavoglia

Didascalia Immagine: Castel del Monte, Andria
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    A cura del "Gruppo Esperimenti Architettonici"

    Indice rubrica
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    Delusioni Biennali Delusioni Biennali Cammino verso una architettura
    Pae-Saggiamente Pae-Saggiamente Riflettere sullo spazio pubblico
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