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Quel lavoro che non dice chi sei
Richerche sull'immigrazione in Italia
In tempo di crisi, la liberalizzazione del mercato del lavoro fine a se stessa, condotta senza equità e rigore, accentua le debolezze socio-economiche, specie quando flessibilità e mobilità diventano sinonimo di precarietà. Come spesso accade, la perdita di posti di lavoro riguarda categorie tradizionalmente più svantaggiate quali giovani, donne, manodopera non qualificata, lavoratori atipici, immigrati e gente appartenente a minoranze etniche. In Italia, l'accesso al lavoro degli stranieri è regolato dal decreto flussi adottato dal Governo, con cui si stabiliscono annualmente le quote di ingresso. Al di fuori delle quote, vi sono particolari concessioni per categorie altamente qualificate come i dirigenti, ingegneri, infermieri professionali. Ed ancora oltre, vi è il mercato del lavoro clandestino, quello degli uomini invisibili che ben si prestano a barattare uno stipendio con il diritto alla salute ed alla sicurezza.
Le ricerche sull'immigrazione in Italia consentono anzitutto di rilevare, differenze tra Nord e Sud e tra zone rurali ed aree metropolitane. Nel Nord vi è una concentrazione rilevante d'immigrati nelle attività manifatturiere, nelle fonderie, industrie metalmeccaniche, delle materie plastiche e delle costruzioni. Lavori pesanti e spesso sottopagati. Nelle aree metropolitane del Centro-Nord, gli immigrati figurano concentrati anche, oltreché nei servizi domestici, in altri servizi poco qualificati e precari specialmente in quelli di ristorazione e quelli di pulizia. Nelle aree metropolitane del Centro-Nord e del Sud, vi è poi un numero notevole di immigrati occupati, in nero, nel commercio ambulante. Agricoltura, calzature, pelli ed edilizia sono invece i settori portanti dell'inserimento lavorativo straniero nel Mezzogiorno, con un connotato in più, il lavoro nero.
Il lavoratore in nero è potenzialmente più esposto a rischi perché non destinatario di tutta una serie di interventi sulla sicurezza, sicuramente onerosi in una politica di contenimento dei costi aziendali. Eppure, incentivi alle aziende per investimenti sulla sicurezza crescono come il numero delle morti bianche. Probabilmente manca ancora una vera e propria cultura della prevenzione. Altra storia è quella della manodopera qualificata, che ha paradossalmente maggiori difficoltà nell'inserimento del mercato del lavoro. Se infatti per professioni tipo l'operaio o il muratore il tasso di disoccupazione è lo stesso che per gli italiani (circa il 6-8%), per le figure più specializzate le possibilità di trovare un impiego che corrisponda al proprio curriculum sono scarse. Questo è dovuto in parte alla macchinosa procedura burocratica del riconoscimento dei titoli di studio, in parte ai pregiudizi già nella fase di selezione del personale. Così è possibile trovare in un'impresa di pulizie un ex studente universitario o una badante (figura che sono negli ultimi anni ha visto maggiori riconoscimenti contrattuali), che sia stata una insegnante di diritto.
Fatte le dovute considerazione sull'attuale periodo di cristallizzazione del mercato del lavoro, la legislazione nazionale e non, a sostegno della parità di accesso e di buoni propositi non si conta. Il diritto al lavoro costituzionalmente garantito non è solo l'impegno dello Stato all'uguaglianza sostanziale, a rimuovere ogni forma di discriminazione sociale, economica, religiosa, razziale che consenta la fruizione del predetto diritto. Non è solo dare a qualcuno un reddito. Non è assistenzialismo, è realizzazione sociale e personale. Per tanto riqualificazione professionale, percorsi formativi retribuiti e politiche attive del lavoro dovrebbero dare la concreta possibilità ad ognuno di focalizzare e realizzare le proprie attitudini, predisposizioni e quindi, la propria natura umana. Ogni volta che si accetta qualsiasi condizione economica ed ambientale per un posto di lavoro, mettendo da parte le proprie aspirazioni ed attitudini ancorché per necessità o nobili motivazioni, si annulla un po' se stessi e si perde una risorsa per la società.
Dott.ssa Maria Clemente
Consulente del lavoro
Le ricerche sull'immigrazione in Italia consentono anzitutto di rilevare, differenze tra Nord e Sud e tra zone rurali ed aree metropolitane. Nel Nord vi è una concentrazione rilevante d'immigrati nelle attività manifatturiere, nelle fonderie, industrie metalmeccaniche, delle materie plastiche e delle costruzioni. Lavori pesanti e spesso sottopagati. Nelle aree metropolitane del Centro-Nord, gli immigrati figurano concentrati anche, oltreché nei servizi domestici, in altri servizi poco qualificati e precari specialmente in quelli di ristorazione e quelli di pulizia. Nelle aree metropolitane del Centro-Nord e del Sud, vi è poi un numero notevole di immigrati occupati, in nero, nel commercio ambulante. Agricoltura, calzature, pelli ed edilizia sono invece i settori portanti dell'inserimento lavorativo straniero nel Mezzogiorno, con un connotato in più, il lavoro nero.
Il lavoratore in nero è potenzialmente più esposto a rischi perché non destinatario di tutta una serie di interventi sulla sicurezza, sicuramente onerosi in una politica di contenimento dei costi aziendali. Eppure, incentivi alle aziende per investimenti sulla sicurezza crescono come il numero delle morti bianche. Probabilmente manca ancora una vera e propria cultura della prevenzione. Altra storia è quella della manodopera qualificata, che ha paradossalmente maggiori difficoltà nell'inserimento del mercato del lavoro. Se infatti per professioni tipo l'operaio o il muratore il tasso di disoccupazione è lo stesso che per gli italiani (circa il 6-8%), per le figure più specializzate le possibilità di trovare un impiego che corrisponda al proprio curriculum sono scarse. Questo è dovuto in parte alla macchinosa procedura burocratica del riconoscimento dei titoli di studio, in parte ai pregiudizi già nella fase di selezione del personale. Così è possibile trovare in un'impresa di pulizie un ex studente universitario o una badante (figura che sono negli ultimi anni ha visto maggiori riconoscimenti contrattuali), che sia stata una insegnante di diritto.
Fatte le dovute considerazione sull'attuale periodo di cristallizzazione del mercato del lavoro, la legislazione nazionale e non, a sostegno della parità di accesso e di buoni propositi non si conta. Il diritto al lavoro costituzionalmente garantito non è solo l'impegno dello Stato all'uguaglianza sostanziale, a rimuovere ogni forma di discriminazione sociale, economica, religiosa, razziale che consenta la fruizione del predetto diritto. Non è solo dare a qualcuno un reddito. Non è assistenzialismo, è realizzazione sociale e personale. Per tanto riqualificazione professionale, percorsi formativi retribuiti e politiche attive del lavoro dovrebbero dare la concreta possibilità ad ognuno di focalizzare e realizzare le proprie attitudini, predisposizioni e quindi, la propria natura umana. Ogni volta che si accetta qualsiasi condizione economica ed ambientale per un posto di lavoro, mettendo da parte le proprie aspirazioni ed attitudini ancorché per necessità o nobili motivazioni, si annulla un po' se stessi e si perde una risorsa per la società.
Dott.ssa Maria Clemente
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Giovedì 23 Maggio 2013 





